NON-LUOGHI/1

28 Marzo 2020

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Sono arrivata in Liguria per la prima volta a vent’anni.

In treno. Viaggiavo da sola.

Ricordo l’innamoramento istantaneo che mi ha assalita quando la Riviera dei Fiori in abito da sera è apparsa seducente dai finestrini.

Allora non sapevo che il futuro mi avrebbe serbato numerosi motivi per ripetere quel viaggio più e più volte fino a non poterne più fare a meno.

Viaggiare mi piace.

Che sia sul nastro di varie autostrade, a bordo di una freccia su rotaie o nell’atrio di un aeroporto, provo una solleticante ebbrezza a starmene in un non-luogo, sospesa tra una partenza e un arrivo, in quel limbo adagiato come una nube su un’isola-che-non-c’è. È senza dubbio uno spazio-tempo mio, dove si sgomitola ogni desiderio trattenuto, dove si spande tutta la voglia di creare restando opportunamente invisibile, in cui finalmente tutti i pensieri si possono sgranchire le zampe. 

Sono le 04.30 di un sabato mattina atteso da parecchie settimane – se conto in settimane sembra più breve l’intervallo: i mesi mi sono sempre apparsi più pigri – e io, indossato tutto l’entusiasmo che l’occasione impone, saluto i miei uomini e corro a prendere il treno.

A vent’anni adoravo i treni.

Erano per me navicelle magiche capaci di mettere in relazione persone disparate: sull’Eurocity Udine-Parigi ho conosciuto un ingegnere altoatesino che suonava all’Opera, un’altra volta un uomo che stava andando ad abbracciare sua moglie e che mi ha insegnato i primi rudimenti di arabo su un tovagliolo della carrozza ristorante. Viaggiavamo di notte. E poi una giovane donna in lacrime. E una signora anziana ed elegante che si stava recando alla Biennale di Venezia: “Non me ne sono mai persa una e non intendo certo iniziare ora!”

Su un treno Eurostar Udine-Milano ho incontrato un poeta che per passione e studio stava traducendo dal persiano le poesie di Hafez (che peccato che sia così sconosciuto chi ha saputo scrivere così dell’edonismo). Un’altra volta, all’aeroporto di Treviso, dopo aver appreso della cancellazione del nostro volo per Parigi, ho diviso un taxi con un attore francese che per nulla scoraggiato, aveva deciso di prendere un treno l’indomani per la Costa Azzurra.

Quasi vent’anni dopo assisto in me a un’inaspettata metamorfosi. Le persone sono diventate più personaggi che persone, e la mia attitudine nei loro riguardi un iperprotettivo desiderio di invisibilità. Non smetto, tuttavia, di osservarle. E a loro insaputa gioco con le loro esistenze, creo relazioni immaginarie, indovino i gusti, i mestieri e i caratteri.

Mi sono appisolata per un po’, lo confesso, ma a onor del vero, dovrei proprio dire che ho dormito con profondo impegno, quand’ecco che di fronte a me – ore 07.30 circa – un uomo, con mani callose, barba brizzolata del giorno precedente, per metà trasandato, per metà attento al suo aspetto, stava intessendo a mezza voce un dialogo dolce-ruvido con un’assonnata “micetta” dall’altro capo del telefono. “Altro capo”, un’espressione ormai sbagliata se si pensa che difficilmente i telefoni hanno fili, ma tant’è.

Per il mio gusto un po’ retrò, voglio ancora usarla questa bella espressione: sembra ancora che il telefono assuma le veci di un cordone ombelicale in grado di legare i due capi di una stessa distanza.

La felina in questione dava l’impressione di essersi parecchio infastidita da quell’interruzione forzata del suo amplesso con Morfeo e lui, prima dolce e a bassa voce, poi geloso del rivale e forse dispiaciuto di aver abbandonato il medesimo giaciglio, cercando di dissimulare la delusione: “Ho scordato la tessera della metro sul tavolo, all’ingresso”. Clic.

A quell’ora del mattino, in una carrozza frecciata, complice anche la voce suadente ma troppo alta della signorina che invita ad abbassare la suoneria dei cellulari per non disturbare gli altri passeggeri, qualunque piccola trasgressione – come questa del povero amante deluso, ma discreto – appare un oltraggio.

Mi viene di nuovo in mente che finalmente potrei riprendere in mano il mio libro, approfittando del contesto perfetto in cui sono per immergermi nelle sue pagine pregiate.

Anche i libri sono non-luoghi.

Stavolta viaggio con l’autobiografia di Salvador Dalì, pagine pregiatissime e matte. Una lettura che disorienta e stravolge il senso comune delle cose.

Visioni allucinate e lucidissime di un artista pazzo e consapevole. Ho sempre pensato che il discrimine tra saggezza e follia, tra allucinazione e verità, sia assai sottile. È riposto nella tasca esterna del mio trolley, con cura. Il mio trolley è adagiato sulla cappelliera del treno. Forse sonnecchia pure lui. Ora poso la borsa sul posto libero alla mia destra, mi alzo, prendo il trolley, con un enorme sforzo lo poso a terra, apro la lampo esterna, cerco un equilibrio instabile mentre il convoglio viaggia a tutta velocità, estraggo con cura il libro, lo poso di taglio tra lo schienale e la mia borsa, chiudo la lampo, con un altro enorme sforzo rimetto il trolley al suo posto, mi riaccomodo… Sono le 08.00. E il mio corpo per ora non mi obbedisce.

Quando riapro gli occhi mi accorgo di essere già a Milano Rogoredo.

Se adoro l’atrio degli aeroporti, detesto invece certe caotiche stazioni ferroviarie, soprattutto se non sono capolinea del mio viaggio. Troppo rumore, troppa gente – non persone, gente, una massa informe di essere umani che senza cattiveria contrappongo a me, quasi fossero lì apposta per ostacolare i miei passi – troppi odori pungenti o soffocanti. Eppure, anche a Milano Centrale ho il mio punto di ristoro. Commerciale fin che si vuole, ma una libreria su tre piani, val bene l’attesa del prossimo treno.

Mio malgrado, stavolta devo scegliere. Pausa pranzo o pausa libreria. Non ho abbastanza tempo per entrambi i bisogni e sono assai lenta sia nel mangiare che nel perdermi tra gli scaffali.

Se arrivassi a Imperia a un’ora consona al convivio, di certo non avrei dubbi: provando un po’ a indovinare, Annalina avrà preparato un’accogliente pasta al forno, probabilmente quel suo roastbeef che si scioglie morbidissimo sul palato, qualche contorno, di sicuro un dolcetto…

Con l’acquolina in bocca, lascio vincere l’appetito, non curandomi dell’aspetto un po’ stanco delle file di panini dietro la vetrina del bistrot.

Ci deve essere di certo un copywriter dietro i cartellini che ostentano il nome di quei cibi e di sicuro la fantasia di costui è di gran lunga più appetitosa del pane gommoso che ci si ritrova a masticare lungamente. Almeno, io assaporo quello che quel nome suscita in me, trascurando il sapore assai poco aderente che sento: ecco che allora la promessa di quel pane ai mille cereali, fragrante e appena sfornato si fa reale, e diventa lo scrigno di una crema di olive taggiasche autentica e profumata su cui si adagiano un po’ accavallate delle fettine di mozzarella di bufala dop con l’inconfondibile e fresca goccia di latte; anche lo spicchio di pomodoro è un verace cuore di bue maturato al sole di Ponente e infine, la foglia d’insalata è croccante e verde chiaro, colta appena il giorno prima.

Il treno Intercity è al binario. Sono una bambina, con delle minuscole farfalline nella pancia all’idea di riabbracciare la Compagnia che mi manca in un modo sconosciuto. Come se, appartenendo loro, la distanza che ci separa mi rendesse sbiadita anche davanti a me stessa.

Che meraviglia perdersi nel piacere condiviso di un abbraccio…

Genova P. Principe.

C’è un segreto, inoltre, che non voglio svelare del tutto. Riguarda lo scrivere, la dialettica, il dare vita insieme a una magia che non sai dove ti porterà.

Savona, Finale, Albenga.

Le ore trascorrono e io le bevo un minuto per volta: sono la mia provvista di felicità distillata che dovrà durare fino al prossimo ritorno.

Imperia Oneglia.

Le porte si aprono dopo il rumore dei freni che sbuffano. Il sole è un po’ pallido ma già mi sento acclimatata nel tepore di Liguria. Quello laggiù è Sandro! Mi si allarga un sorriso incontrollato.

Pochi passi. Abbraccio lungo.

Sono arrivata.

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